
RAYMOND SOFIA
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Discover another Sofia.
Architecture, stories and the European Sofia of the Belle Époque — with a local contact to help you experience the city your way.
Sofia Belle Epoque
Art Nouveau & the French and Italian Influence.
Discover the elegant Sofia of the Belle Époque through architecture, decorative arts, villas and diplomatic residences — and uncover the French and Italian influences that helped shape the young Bulgarian capital.2 hours · Walking Tour · Small GroupsItalian · French · English


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SOFIA JOURNAL
Stories about the people, architecture and places that shaped Sofia, the "Little Vienna of the Balkans"

Vito Positano: l’italiano che si rifiutò di lasciare Sofia

Arnaldo Zocchi a Sofia: l’italiano che raccontò la storia della Bulgaria nel bronzo

Perché c’è una statua di Garibaldi a Sofia? La storia che lega Italia e Bulgaria

L’ambasciata italiana di Sofia che diventò austriaca

Le due principesse italiane che diventarono sovrane di Bulgaria

Il Papa bergamasco che visse a Sofia

Il cimitero italiano di Sofia: lo sapevi che qui sono sepolti 207 italiani?

Università di Sofia: Storia, Architettura e Identità Europea
Nel dicembre del 1877, Sofia rischiava di essere rasa al suolo dalle fiamme. I diplomatici stranieri si preparavano a lasciare la città. Un console italiano decise invece di restare.Se avete mai passeggiato lungo ulitsa Positano, forse vi siete chiesti da dove derivi questo nome.La risposta è una storia piuttosto insolita.Vito Positano era un diplomatico italiano che visse a Sofia negli ultimi anni del dominio ottomano. Ma prima di entrare nella carriera diplomatica era stato soldato e aveva partecipato alle vicende del Risorgimento italiano; secondo alcune fonti, avrebbe persino combattuto al fianco di Giuseppe Garibaldi.A Sofia, la sua esperienza si sarebbe rivelata utile in un modo del tutto inaspettato.Avrebbe finito per organizzare i vigili del fuoco e contribuire a salvare la città.Un italiano nella Sofia ottomanaPositano, pugliese, nacque a Noicattaro, vicino a Bari, nel 1833.Studiò letteratura, filosofia e diritto prima di entrare nel servizio diplomatico del neonato Regno d'Italia. La sua carriera lo portò in diversi luoghi del Mediterraneo e infine a Sofia, dove nel 1876 divenne viceconsole d'Italia.All'epoca Sofia non assomigliava affatto alla città che conosciamo oggi.Non c'erano i grandi viali della Belle Époque, non c'era la cattedrale Aleksandr Nevskij, né gli eleganti edifici che oggi caratterizzano il centro della città.Sofia faceva ancora parte dell'Impero ottomano.Ma tutto stava per cambiare.Alla fine del 1877, la guerra russo-turca stava arrivando a Sofia.Le truppe russe si stavano avvicinando alla città, mentre l'esercito ottomano si preparava alla ritirata.Il problema era ciò che sarebbe potuto accadere prima della loro partenza.Esistevano piani per appiccare il fuoco in alcune zone di Sofia e distruggere edifici e rifornimenti. Ai consoli stranieri fu consigliato di lasciare la città.Positano rifiutò.In qualità di decano del corpo consolare straniero, riunì i suoi colleghi, tra cui il console francese Léandre Le Gay.Insieme si recarono presso le autorità ottomane per protestare.Per Positano, però, non si trattava soltanto di un dovere diplomatico.Aveva deciso di rimanere a Sofia insieme alla sua famiglia, mentre la città affrontava un pericolo molto concreto.Da console a vigile del fuocoEd è qui che la storia diventa particolarmente interessante.Prima di entrare nella diplomazia, Positano aveva prestato servizio come capitano nel Corpo dei Genieri-Pompieri di Bari.Così, quando a Sofia scoppiarono gli incendi, sapeva esattamente cosa fare.Positano organizzò volontari bulgari e partecipò alle operazioni per combattere le fiamme e proteggere la città.Contribuì inoltre a organizzare pattuglie per mantenere l'ordine nelle strade durante il ritiro delle truppe ottomane.Per alcuni giorni, il console italiano si trovò a svolgere un'attività piuttosto lontana da quella che ci si aspetterebbe da un diplomatico.
Stava contribuendo a coordinare i vigili del fuoco di Sofia.
L'esperienza maturata anni prima a Bari, in un'altra parte d'Italia, si era improvvisamente rivelata preziosa nella città in cui prestava servizio come console.La città sopravviveIl 4 gennaio 1878, le truppe russe entrarono a Sofia.
La città era sopravvissuta.
Solo pochi mesi dopo, la Bulgaria sarebbe entrata in una nuova fase della propria storia. Il Paese divenne un principato autonomo e Sofia fu scelta come capitale.
La città che Positano aveva conosciuto come un piccolo centro provinciale dell'Impero ottomano stava per diventare qualcosa di completamente diverso.
Nei decenni successivi, Sofia sarebbe cresciuta rapidamente.
Sarebbero comparsi nuovi viali, edifici pubblici, ville, teatri e residenze diplomatiche.
La Sofia della Belle Époque stava prendendo forma.
E Positano era stato lì proprio prima che questa trasformazione cominciasse.Perché esiste una via Positano?Gli abitanti di Sofia non lo dimenticarono.
Nel 1878, Positano fu nominato cittadino onorario di Sofia e una strada venne intitolata a suo nome.
Quella strada esiste ancora oggi.Se percorrete ulitsa Positano, nel cuore della città, state quindi camminando lungo una strada che porta il nome di un italiano che visse a Sofia in uno dei momenti più drammatici della sua storia.La sua vicenda racconta anche qualcosa di più ampio.Prima che Sofia diventasse la capitale moderna che conosciamo oggi, era una città ottomana in trasformazione, dove diplomatici, militari e uomini provenienti da tutta Europa si trovarono coinvolti negli eventi che stavano ridisegnando i Balcani.Vito Positano fu uno di loro.E la sua storia è ancora scritta, quasi senza farsi notare, sulle strade di Sofia.Scopri un’altra SofiaVuoi scoprire altri luoghi, edifici e personaggi che hanno contribuito a plasmare la Sofia della Belle Époque?Scopri il tour Sofia Belle Époque
Arnaldo Zocchi a Sofia: l’italiano che raccontò la storia della Bulgaria nel bronzoSe vi trovate davanti al Parlamento bulgaro, nel cuore di Sofia, e guardate verso il monumento che domina la piazza, potreste notare qualcosa di inaspettato.L'uomo a cavallo sulla sommità è un imperatore russo.La storia raccontata nel bronzo è bulgara.Ma lo scultore che la realizzò era italiano.Si chiamava Arnaldo Zocchi, uno scultore fiorentino che divenne uno dei nomi più riconoscibili della scultura monumentale bulgara.Oggi il suo Monumento allo zar Alessandro II, generalmente conosciuto come Monumento allo Zar Liberatore, è uno dei punti di riferimento più importanti del centro di Sofia.Eppure Zocchi è molto meno conosciuto in Italia di quanto i monumenti che ha lasciato potrebbero far pensare.Per un visitatore italiano o francese a Sofia, scoprirlo qui è quasi un curioso rovesciamento: un artista italiano che si incontra non a Firenze o a Roma, ma nel cuore della capitale bulgara.Un monumento per una nuova BulgariaLa storia comincia con la trasformazione di Sofia dopo la guerra russo-turca del 1877–1878.La guerra e la successiva liberazione della Bulgaria divennero elementi fondamentali della storia nazionale moderna del Paese.Anche Sofia stava cambiando rapidamente.La città era diventata la capitale di un nuovo Stato e iniziava ad acquisire le istituzioni, gli edifici pubblici e i monumenti di una capitale europea.All'inizio del Novecento venne organizzato un concorso per realizzare un monumento ad Alessandro II, imperatore di Russia, il cui governo e il cui esercito avevano avuto un ruolo decisivo nella liberazione della Bulgaria.Nel 1900, Arnaldo Zocchi vinse il concorso internazionale con il suo progetto.Seguirono diversi anni di lavoro e il monumento fu inaugurato nel 1907, davanti al Parlamento bulgaro.È una composizione monumentale imponente: Alessandro II Romanov domina la piazza a cavallo, mentre sotto di lui si sviluppa un'intera narrazione storica in bronzo.Guardate da vicino il bronzoIl monumento è molto più della statua di un sovrano.Zocchi creò una composizione nella quale figure e scene diverse rappresentano gli eventi e i protagonisti legati alla liberazione della Bulgaria.Sotto l'imperatore compaiono soldati russi e volontari bulgari, accompagnati da Nike, l'antica dea della vittoria.I rilievi fanno riferimento a importanti episodi e figure legati alla guerra russo-turca.In cima, Alessandro II tiene in mano il manifesto con cui veniva annunciato l'inizio della guerra.Da lontano, il monumento è dominato dalla silhouette drammatica dell'imperatore e del suo cavallo.Ma avvicinandosi, diventa qualcosa di diverso: quasi un libro di storia scolpito nel bronzo.Il monumento riunisce storia militare, memoria nazionale e simbolismo politico in un'unica composizione.Per un visitatore è anche un luogo particolarmente interessante per comprendere la storia di Sofia: la città che sarebbe diventata la capitale della Bulgaria indipendente guardava già verso l'Europa.E poi c'è l'inaspettato legame italiano.Chi era Arnaldo Zocchi?Zocchi nacque a Firenze nel 1862, in una famiglia di scultori.Suo padre, Emilio Zocchi, era anch'egli scultore. Arnaldo si formò a Firenze prima di stabilirsi a Roma.Divenne un prolifico scultore monumentale, lavorando a commissioni in Italia, in Bulgaria e in altri Paesi.Tra le sue opere italiane figura il monumento a Piero della Francesca a Sansepolcro, realizzato nel 1892, e il monumento equestre a Garibaldi a Bologna.Ma uno dei suoi legami più significativi con il paesaggio monumentale italiano si trova a Roma.Zocchi contribuì alla decorazione scultorea del Vittoriano, l'enorme monumento nazionale dedicato a Vittorio Emanuele II che domina Piazza Venezia.Realizzò una delle quattro Vittorie alate del monumento, grandi figure in bronzo che rappresentano la vittoria e l'unificazione d'Italia.Per un italiano a Sofia, il collegamento è particolarmente curioso.Lo stesso scultore la cui opera fa parte del paesaggio monumentale di Roma realizzò infatti anche l'enorme composizione in bronzo davanti al Parlamento bulgaro.La carriera di Zocchi continuò ad attraversare i confini e comprese commissioni legate a Paesi come Argentina, Egitto e Stati Uniti.Quindi, se avete viaggiato in Italia, è possibile che abbiate già incontrato un'opera di Zocchi senza conoscerne il nome.A Sofia, invece, la sua presenza è difficile da ignorare.Il fiorentino che entrò nella memoria bulgaraIl rapporto di Zocchi con la Bulgaria non si limitò a Sofia.Lavorò a diversi monumenti bulgari, realizzando opere in città e luoghi come Ruse, Lovech, Oryahovo, il monastero di Dryanovo e Vidin.La sua reputazione in Bulgaria divenne considerevole.Un poema pubblicato da un giornale bulgaro arrivò persino a definirlo “il Divino Fiorentino”.È un appellativo sorprendente.Un artista nato a Firenze e attivo a Roma era diventato parte della memoria visiva di un Paese lontano dall'Italia.Ed è proprio questo a rendere Zocchi così interessante per chi visita Sofia dall'Italia.La Sofia della Belle Époque non nacque infatti in isolamento.Architetti, artisti, ingegneri, diplomatici e intellettuali arrivarono da diverse parti d'Europa e contribuirono a dare forma a una capitale che stava ancora costruendo la propria identità.Zocchi è uno degli esempi più evidenti di questo scambio europeo.Dove vedere Arnaldo Zocchi a Sofia?Il punto migliore da cui iniziare è naturalmente la Piazza del Parlamento.Fermatevi a una certa distanza dal monumento e osservate prima l'intera composizione.Poi avvicinatevi.Guardate Alessandro II e il suo cavallo sopra di voi.Poi abbassate lo sguardo verso i soldati, i volontari bulgari e le figure allegoriche.Il monumento diventa più facile da comprendere quando si smette di considerarlo semplicemente una statua equestre e si comincia a leggerlo come la rappresentazione di un preciso momento storico.E poi guardatevi intorno.Il Parlamento e le strade circostanti appartengono a quel periodo straordinario in cui Sofia si trasformò da centro provinciale dell'Impero ottomano nella capitale di un moderno Stato europeo.Questa trasformazione è una delle grandi storie nascoste nel centro di Sofia.E, in questo caso, a raccontarla è inaspettatamente un italiano.Scopri un’altra SofiaIl Monumento allo Zar Liberatore è uno dei luoghi in cui si incontrano le connessioni bulgare, russe e italiane di Sofia.È anche parte della storia della Sofia Belle Époque: una città plasmata non soltanto dalla propria storia, ma anche dalle persone e dalle idee arrivate da tutta Europa.Scopri Sofia attraverso il tour Sofia Belle Époque
Nel centro di Sofia c’è qualcosa che un italiano difficilmente si aspetta di trovare: una statua equestre di Giuseppe Garibaldi.Non in un museo. Non in un luogo dedicato alla storia italiana. Ma in una piazza del centro della capitale bulgara, circondata da caffè, negozi e vie pedonali.Perché?La risposta racconta una storia sorprendente: nell’Ottocento, mentre l’Italia combatteva per la propria unificazione, i patrioti bulgari guardavano al Risorgimento italiano come a un possibile modello per la propria liberazione.E Garibaldi, in particolare, divenne molto più di un eroe italiano.Garibaldi arriva in Bulgaria
La fama di Garibaldi raggiunse i territori bulgari già durante le rivoluzioni europee del 1848–49.I giornali bulgari seguivano con attenzione ciò che accadeva in Italia. Nel 1849, il Tsarigradski vestnik, pubblicato a Costantinopoli, parlava delle vicende italiane; pochi anni dopo, nel 1860, una biografia di Garibaldi venne pubblicata sulla rivista Bălgarski knižnitsi.Il suo nome cominciava a essere conosciuto anche lontano dall’Italia.Il motivo era semplice.Garibaldi rappresentava l’immagine del patriota che combatte per la libertà e per l'indipendenza di un popolo. Era esattamente il tipo di figura che poteva parlare a una generazione di giovani bulgari che immaginava la fine del dominio ottomano e la nascita di una Bulgaria indipendente.Ma il legame non rimase soltanto ideale.I bulgari che combatterono con Garibaldi
Qui la storia diventa ancora più interessante.Alcuni bulgari parteciparono direttamente alle campagne di Garibaldi.Uno dei più celebri fu Petko Voyvoda, nato nel 1844 nella Bulgaria meridionale. Nel 1866 raggiunse l’Italia e incontrò Garibaldi.Quando scoppiò la rivolta cretese contro l'Impero ottomano, Garibaldi e i suoi sostenitori organizzarono una formazione di volontari destinata a combattere a fianco degli insorti.Tra loro c'erano anche bulgari.Petko Voyvoda partecipò a questa esperienza e contribuì alla formazione di un gruppo di volontari composto da italiani e bulgari.Per i patrioti bulgari, il Risorgimento italiano non era quindi soltanto qualcosa da leggere sui giornali.Era qualcosa a cui si poteva partecipare.La storia di Petko Voyvoda avrebbe poi continuato a intrecciarsi con quella della Bulgaria: tornato nei Balcani, partecipò alla lotta contro il dominio ottomano e, nel 1877, combatté durante la guerra russo-ottomana che avrebbe portato alla liberazione della Bulgaria.Oggi, curiosamente, un monumento dedicato a Petko Voyvoda si trova proprio a Roma, sul Gianicolo, non lontano dai monumenti dedicati a Garibaldi e agli altri protagonisti del Risorgimento.Il modello dei Mille
Garibaldi influenzò anche il modo in cui i rivoluzionari bulgari immaginavano la propria lotta.
Nel 1861 Georgi Rakovski, uno dei principali ideologi del movimento nazionale bulgaro, elaborò un progetto per la liberazione del paese ispirato anche all'esperienza dei Mille di Garibaldi.L'idea era quella di raccogliere un gruppo di volontari e avviare una campagna armata capace di trasformarsi in una rivolta più ampia.Era una strategia nata in un contesto italiano, ma che sembrava poter essere adattata alla realtà balcanica.Anche simbolicamente, l'Italia del Risorgimento offriva ai bulgari un esempio di ciò che sembrava possibile: un popolo diviso e sottoposto a un impero poteva conquistare la propria indipendenza.Garibaldi e la causa bulgara
Il rapporto non fu però a senso unico.Garibaldi guardò con simpatia alla causa dei bulgari.Dopo la repressione della Rivolta d'Aprile del 1876, che aveva suscitato indignazione in tutta Europa, Garibaldi espresse solidarietà agli amici bulgari a Bucarest.L'anno successivo, nel 1877, la guerra russo-ottomana avrebbe cambiato definitivamente la storia della regione.Per i bulgari, la guerra culminò nella liberazione e nella nascita di un nuovo Stato bulgaro.Per una generazione di patrioti, Garibaldi e il Risorgimento italiano erano ormai diventati parte di una storia europea più ampia: quella dei popoli che cercavano di conquistare libertà e indipendenza.E allora, perché c’è una statua di Garibaldi a Sofia?
Bisogna aspettare più di un secolo per arrivare alla statua che oggi vediamo nel centro della capitale.Il monumento a Garibaldi fu inaugurato il 13 giugno 2010, durante la visita ufficiale in Bulgaria dell’allora presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi.L'opera è dello scultore bulgaro Georgi Chapkanov, autore anche della celebre statua di Santa Sofia, mentre l'architetto è Stanislav Konstantinov.La scelta non fu casuale.Il monumento celebra Garibaldi, ma allo stesso tempo racconta un pezzo della storia bulgara: l'influenza che il Risorgimento italiano esercitò sui movimenti nazionali dell'Ottocento e i rapporti personali tra patrioti italiani e bulgari.In altre parole, non è semplicemente una statua italiana a Sofia.È una statua bulgara dedicata a un italiano che era diventato simbolo di una causa europea.Garibaldi è tornato a brillare nel 2026
C’è anche un dettaglio molto recente.Nell'aprile 2026 il monumento è stato ufficialmente restaurato, grazie alla collaborazione tra l'Ambasciata d'Italia e il Comune di Sofia e al finanziamento della Fondazione Giuseppe Garibaldi.Il restauro è arrivato in un anno simbolico, nel 150º anniversario della Rivolta d'Aprile bulgara del 1876.Oggi, quindi, la statua appare nuovamente come un piccolo punto d'incontro tra due storie nazionali.Quella italiana, con Garibaldi e il Risorgimento.E quella bulgara, con i suoi rivoluzionari, i suoi volontari e la lunga strada verso l'indipendenza.Un italiano nel cuore di Sofia
Se durante una passeggiata nel centro di Sofia vi imbattete in Piazza Garibaldi, fermatevi qualche minuto davanti alla statua.A prima vista vedrete semplicemente Garibaldi.Ma dietro quel monumento c’è una storia molto più grande: quella di un'epoca in cui le idee, i volontari e gli ideali attraversavano le frontiere europee.E forse è proprio questo il dettaglio più interessante.Garibaldi è a Sofia perché, nell’Ottocento, la storia dell’Italia e quella della Bulgaria si incontrarono molto più di quanto oggi immaginiamo.Scopri il tour Sofia Belle Époque e le storie, gli edifici e i personaggi che hanno collegato la capitale bulgara al resto d’Europa.
Passeggiando lungo Tsar Osvoboditel Boulevard, nel cuore di Sofia, si possono incontrare due edifici diplomatici che raccontano una storia molto più complicata di quanto le loro facciate lascino immaginare.Uno è legato all'Austria.
L'altro all'Italia.Ma c'è un dettaglio sorprendente: l'edificio costruito per rappresentare l'Italia a Sofia finì per diventare la sede diplomatica austriaca.E l'Italia, qualche anno dopo, si trasferì nell'ex sede della rappresentanza austro-ungarica.È uno di quei piccoli episodi in cui l'architettura della città diventa una fotografia della storia europea.Enrico Bovio e la Legazione italiana di SofiaAll'inizio del Novecento Sofia stava cambiando rapidamente.
La capitale del giovane Principato di Bulgaria cercava un nuovo volto: nuovi viali, edifici pubblici, palazzi residenziali e sedi diplomatiche stavano trasformando il centro della città.
Anche l'Italia volle avere una rappresentanza degna della nuova capitale.
La costruzione della Legazione italiana iniziò nel 1905-1906 e si concluse nel 1910. Il progetto fu affidato all'architetto italiano Enrico Bovio, originario di Bari.L'edificio fu realizzato in uno stile ispirato al Rinascimento veneziano, con una facciata monumentale pensata per inserirsi nel nuovo paesaggio architettonico di Sofia.Era, in altre parole, una piccola dichiarazione di presenza italiana nel cuore della capitale.E proprio mentre Sofia diventava sempre più europea, l'edificio si trovò al centro di una storia che avrebbe coinvolto una guerra mondiale, la caduta di un impero e un curioso scambio diplomatico.La guerra arriva a SofiaNel 1915 la Bulgaria entrò nella Prima guerra mondiale al fianco degli Imperi Centrali, insieme alla Germania e all'Impero austro-ungarico.
L'Italia, invece, faceva parte dell'Intesa, insieme a Francia e Regno Unito.
Il conflitto arrivò quindi anche nei Balcani.
Nel settembre 1918 l'offensiva alleata sul fronte macedone portò al collasso delle forze bulgare. Il 29 settembre 1918, a Salonicco, la Bulgaria firmò l'armistizio con le potenze alleate, che prevedeva tra l'altro la smobilitazione dell'esercito bulgaro e il ritiro delle forze tedesche e austro-ungariche dal Paese.
L'Italia era direttamente coinvolta in questa campagna.
Sul fronte macedone operava infatti un importante corpo di spedizione italiano, con una forza di oltre 50.000 uomini, rifornita attraverso la base di Salonicco. Gli italiani combattevano accanto alle forze francesi, britanniche e alle altre forze alleate contro l'esercito bulgaro.Infatti, la guerra lasciò a Sofia anche altre tracce della presenza italiana, molto più silenziose di quelle diplomatiche: nel cimitero militare italiano di Sofia riposano ancora oggi 207 italiani, molti dei quali morirono durante la prigionia negli ultimi mesi della Prima guerra mondiale.Con la fine della guerra cambiò anche il destino delle rappresentanze diplomatiche.L'Italia occupa l'ex sede austro-ungarica
Dopo il crollo dell'Impero austro-ungarico, la rappresentanza austro-ungarica a Sofia cessò naturalmente di avere la sua precedente funzione.Il 14 novembre 1918, una parte dell'edificio dell'ex Legazione austro-ungarica fu occupata dall'Italia.L'operazione fu condotta dal generale Mabelli, capo della Missione militare italiana, che operava sotto il comando congiunto franco-britannico, e dal ministro plenipotenziario italiano barone Aliotti, nominato commissario del Regno d'Italia.Il fatto è significativo.L'Italia non si limitava a riaprire la propria rappresentanza diplomatica dopo la guerra: si insediava nell'edificio che fino a pochi mesi prima rappresentava una delle potenze sconfitte.
Da quel momento iniziò una lunga trattativa sulla proprietà dei due complessi.Perché Austria e Italia si scambiarono gli edifici?Qui la storia diventa ancora più interessante.
A prima vista potrebbe sembrare semplicemente un accordo pratico tra due Paesi.
Ma dietro lo scambio c'era anche una questione economica.
Nel dopoguerra, l'Austria — erede della monarchia austro-ungarica — si trovava dalla parte degli Stati sconfitti e sottoposti agli obblighi derivanti dalla sistemazione postbellica.
Secondo la documentazione ufficiale dell'Ambasciata d'Italia a Sofia, nel settembre 1922 i due immobili furono sottoposti a una valutazione nell'ambito delle riparazioni di guerra. La valutazione costituì il presupposto per arrivare al loro successivo scambio.Non si trattò quindi semplicemente di decidere quale edificio fosse più comodo per ciascuna rappresentanza.Il valore patrimoniale degli immobili entrò nella trattativa, all'interno del più ampio quadro delle conseguenze economiche e diplomatiche della guerra.La posizione dell'Austria era inoltre quella di uno Stato sconfitto, mentre l'Italia apparteneva al campo dei vincitori. È quindi plausibile leggere lo scambio anche alla luce di questo diverso rapporto di forza nel dopoguerra, pur senza ridurlo a un semplice “premio” imposto all'Austria.Italia e Austria si scambiano le sedi
Dopo anni di negoziati, lo scambio fu finalmente formalizzato il 14 febbraio 1925.L'Italia entrò in possesso dell'antico complesso austro-ungarico, quello che ancora oggi ospita l'Ambasciata d'Italia a Sofia.
L'Austria, invece, prese possesso dell'edificio che era stato costruito per la Legazione italiana.È proprio per questo che oggi, passeggiando lungo il boulevard, si può osservare una situazione apparentemente paradossale:
un edificio progettato da un architetto italiano per rappresentare l'Italia è oggi la sede dell'Ambasciata d'Austria.E l'attuale Ambasciata d'Italia a Sofia si trova nell'edificio che un tempo apparteneva alla rappresentanza austro-ungarica.La storia delle due sedi è quasi una piccola metafora della storia europea del Novecento: alleanze che cambiano, imperi che scompaiono, proprietà che vengono rivalutate e confini diplomatici che vengono ridisegnati.Questa storia cambia anche il modo di guardare Sofia.
Quando si percorre Tsar Osvoboditel Boulevard, si vedono semplicemente due eleganti edifici diplomatici.
Ma dietro le facciate si nasconde una storia europea molto più ampia.Uno fu costruito per l'Italia.
L'altro per l'Impero austro-ungarico.Poi arrivò la guerra.
L'Impero scomparve.
L'Italia occupò la sede austro-ungarica.Gli edifici furono valutati nel quadro delle riparazioni di guerra.E nel 1925 i due Paesi finirono per scambiarsi le proprietà.
È una storia che difficilmente si può capire guardando soltanto una facciata.
Bisogna conoscere ciò che è successo prima.Una Sofia più italiana di quanto sembriForse è proprio questo uno degli aspetti più interessanti della Sofia di inizio Novecento.
La città non fu costruita soltanto da architetti bulgari.
Italiani, francesi, austriaci, tedeschi e altri professionisti europei arrivarono nella nuova capitale e contribuirono, in modi diversi, alla sua trasformazione.Alcuni progettarono grandi edifici pubblici.
Altri lavorarono su palazzi commerciali o residenziali.
Altri ancora rappresentarono i propri Paesi attraverso ambasciate e legazioni.
Il risultato è una città in cui, dietro una facciata apparentemente bulgara, può nascondersi una storia italiana, francese o viennese.Ed è forse questo uno dei modi più interessanti per scoprire la Sofia Belle Époque: non limitarsi a guardare gli edifici, ma chiedersi chi li ha progettati, per chi sono stati costruiti e come la storia europea ne ha cambiato il destino.A Sofia, a volte, anche un'ambasciata può raccontare una storia italiana.Vuoi vedere questa Sofia europea?
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Passeggiando per il centro di Sofia, è facile pensare alla storia monarchica della Bulgaria come a qualcosa di esclusivamente locale.Eppure, nel giro di pochi decenni, due principesse italiane arrivarono nella giovane capitale bulgara e diventarono parte della famiglia reale.Le loro storie collegano Sofia a Parma, alla Toscana, a Roma e persino ad Assisi — e una di loro avrebbe incrociato la storia del futuro Papa Giovanni XXIII, che prima di salire al soglio pontificio trascorse quasi un decennio nella capitale bulgara.Maria Luisa di Borbone-ParmaLa prima fu Maria Luisa di Borbone-Parma, figlia di Roberto I, duca di Parma e Piacenza.Nel 1893 sposò Ferdinando, allora principe di Bulgaria. Il matrimonio ebbe luogo nella Villa Pianore della famiglia Borbone, in Toscana, prima che Maria Luisa partisse per la giovane capitale bulgara.Il suo arrivo portò a Sofia tradizioni e cultura legate a una corte aristocratica europea. Maria Luisa era conosciuta per la sua sensibilità artistica e per il suo impegno nelle opere di beneficenza, diventando una figura importante nella vita pubblica bulgara.Dal matrimonio con Ferdinando nacquero quattro figli: Boris, Kiril, Eudoxia e Nadezhda.La sua vita in Bulgaria, tuttavia, fu tragicamente breve.Maria Luisa morì nel 1899, a soli 29 anni, poco dopo aver dato alla luce la figlia Nadezhda.La sua morte provocò un profondo lutto in Bulgaria. Fu per questo che Maria Luisa non diverra' regina: la Bulgaria diventera' un regno solo nel 1908, quando lei era gia' morta.Giovanna di SavoiaPiù di trent'anni dopo, un'altra principessa italiana arrivò a Sofia.Giovanna di Savoia, figlia di Vittorio Emanuele III, re d'Italia, sposò Boris III, re di Bulgaria, nel 1930.Il matrimonio ebbe luogo ad Assisi il 25 ottobre 1930. Ma le nozze richiesero delicate trattative diplomatiche e religiose: Giovanna era cattolica, mentre Boris apparteneva alla tradizione ortodossa bulgara.Una delle persone coinvolte nella soluzione di queste difficoltà fu il rappresentante pontificio a Sofia, Angelo Roncalli, il futuro papa Giovanni XXIII.Giovanna divenne regina di Bulgaria e si fece conoscere per il suo impegno nelle opere di beneficenza. Sostenne istituzioni per l'infanzia e partecipò a iniziative umanitarie, impegnandosi in prima linea nel proteggere gli ebrei dal nazifascismo.La sua vita in Bulgaria sarebbe però terminata con l'esilio.Dopo la Seconda guerra mondiale e l'abolizione della monarchia, Giovanna e i suoi figli lasciarono la Bulgaria.Nonostante ciò, continuò a conservare un legame affettivo con il Paese.Una storia reale italiana nascosta a SofiaLe storie di Maria Luisa e Giovanna rivelano qualcosa che è facile trascurare nella storia di Sofia.La capitale bulgara non si stava sviluppando in isolamento. La corte, il mondo diplomatico e la vita culturale della città erano collegati alle grandi reti aristocratiche e politiche europee.E l'Italia faceva parte di quella rete.Il legame divenne particolarmente significativo nel 1930, quando il matrimonio tra una principessa italiana e il re di Bulgaria mise in relazione il mondo reale di Sofia, il Vaticano e un ecclesiastico italiano che qualche decennio più tardi sarebbe diventato papa.Quell'ecclesiastico merita una storia tutta sua.Scopri un'altra Sofia — una città in cui la storia della Bulgaria incontra, spesso in modo sorprendente, quella dell'Italia.Prenota il tour Sofia Belle Epoque in italiano
Prima di diventare Papa Giovanni XXIII, Angelo Roncalli trascorse quasi un decennio in Bulgaria.Per molti visitatori di Sofia, è una delle storie più sorprendenti della città.Roncalli arrivò a Sofia il 25 aprile 1925 come Visitatore Apostolico in Bulgaria. In seguito divenne Delegato Apostolico, rimanendo nel Paese fino al 1934.Era arrivato come rappresentante della Chiesa cattolica, ma il suo ruolo andò ben oltre gli affari religiosi.Divenne diplomatico, mediatore e, sempre più, una figura familiare nella vita della capitale bulgara.Un diplomatico in una Sofia complessaLa Bulgaria degli anni Venti era un Paese nel quale diverse tradizioni cristiane convivevano, mentre la capitale ospitava anche comunità ebraiche e musulmane ben radicate.Roncalli si fece conoscere per la sua capacità diplomatica e per il dialogo. Mantenne rapporti con esponenti politici e religiosi bulgari e si trovò coinvolto in alcune delle questioni più delicate del Paese.Una delle più importanti fu il matrimonio tra re Boris III e Giovanna di Savoia, la principessa italiana.Roncalli ebbe un ruolo significativo nelle trattative legate al matrimonio tra i due, appartenenti rispettivamente alla tradizione ortodossa bulgara e a quella cattolica. Il futuro papa si trovò così al centro di una delle più interessanti vicende che collegarono Italia e Bulgaria nel periodo tra le due guerre.Ma forse il lato più memorabile degli anni bulgari di Roncalli fu il suo impegno umanitario.Dopo il devastante terremoto di Chirpan del 1928, rimase accanto alle popolazioni colpite e contribuì a organizzare gli aiuti e le cucine comuni.In Bulgaria fu ricordato con particolare affetto.Anni dopo, ormai Papa Giovanni XXIII, continuò a parlare con affetto di Sofia e del popolo bulgaro.Il Quadrilatero della Tolleranza ReligiosaPer capire la Sofia che Roncalli conobbe, vale la pena attraversare quello che oggi viene chiamato Quadrilatero della Tolleranza Religiosa.Nel cuore della città, a pochi passi l'uno dall'altro, sorgono quattro importanti luoghi di culto: la chiesa ortodossa di Sveta Nedelya, la Moschea Banya Bashi, la Sinagoga di Sofia e la cattedrale cattolica di San Giuseppe.La loro vicinanza è uno dei simboli più interessanti della diversità religiosa e culturale di Sofia.Anche gli edifici raccontano capitoli molto diversi della storia della città.La Moschea Banya Bashi risale al XVI secolo ed è la più antica delle quattro. La Sinagoga di Sofia fu completata nel 1909 e divenne uno dei principali simboli della comunità ebraica della capitale. San Giuseppe rappresenta la tradizione cattolica della città, mentre Sveta Nedelya occupa un posto centrale nella vita religiosa ortodossa di Sofia.Per un visitatore di oggi, i quattro edifici possono essere raggiunti con una breve passeggiata.Per Roncalli, invece, la convivenza religiosa non era semplicemente un'attrazione da osservare: faceva parte del mondo diplomatico e umano nel quale viveva ogni giorno.La comunità ebraica di Sofia e gli anni della guerraLa storia della convivenza religiosa ha però anche un capitolo molto più oscuro.Prima della Seconda guerra mondiale, Sofia ospitava una grande comunità ebraica. Nel 1934 vivevano nella capitale circa 25.000 ebrei, pari a circa il nove per cento della popolazione della città.Durante la Seconda guerra mondiale, la Bulgaria, sebbene alleata della Germania nazista, non permise il genocidio.La deportazione degli ebrei cittadini bulgari fu fermata nel 1943, dopo le proteste e le pressioni esercitate da politici bulgari, esponenti della Chiesa ortodossa e altri settori della società.Circa 50.000 ebrei in Bulgaria sopravvissero all'Olocausto, ma la storia non fu quella di una semplice protezione. Circa 20.000 ebrei furono espulsi da Sofia e trasferiti nelle province, mentre più di 11.000 ebrei provenienti dai territori occupati dalla Bulgaria, tra cui Macedonia e Tracia, furono deportati nei territori sotto controllo tedesco e assassinati.Questa storia complessa è importante anche quando oggi si attraversa il Quadrilatero della Tolleranza Religiosa.La Sinagoga non è soltanto un monumento architettonico. È anche una testimonianza della storia degli ebrei bulgari e degli eventi drammatici che coinvolsero la comunità durante la Seconda guerra mondiale.La Nunziatura Apostolica di Roncalli a SofiaA Roncalli si deve anche la nascita della sede diplomatica del vaticano a Sofia.Nel 1932 si il futuro Papa Giovanni trasferì nell'antica residenza dell'imprenditore italiano Carlo Vaccaro, al numero 6 di via 11 agosto.Quella casa divenne la sua ultima residenza bulgara e la sede della Delegazione Apostolica.Dopo essere stata nazionalizzata durante il periodo comunista, la proprietà fu successivamente restituita e restaurata. Oggi ospita la Nunziatura Apostolica di Bulgaria.E quando oggi si cammina nel centro di Sofia, si attraversano gli stessi luoghi che un tempo conobbero quell'uomo semplicemente come Monsignor Roncalli.La sua storia è un altro esempio di come la storia di Sofia sia raramente soltanto bulgara. E con tante contaminazioni (anche italiane).Se vuoi conoscere una Sofia diversa, prenota il tour Sofia Belle Epoque in italiano e scopri quei luoghi "segreti" che uniscono l'Italia alla Bulgaria.


Se pensiamo alla presenza italiana a Sofia, probabilmente ci vengono in mente l'Ambasciata d'Italia, i ristoranti italiani o magari qualche elegante edificio costruito da un architetto italiano.Ma c'è un luogo molto meno conosciuto.A Sofia esiste un cimitero militare italiano.E qui, nel cuore del grande cimitero della capitale bulgara, sono sepolti 207 italiani.È una delle storie più sorprendenti della presenza italiana a Sofia: un luogo lontano dai normali itinerari turistici che racconta la Prima guerra mondiale, il fronte macedone, la prigionia, l'epidemia di influenza spagnola e persino la storia di tre religiose italiane che morirono mentre prestavano assistenza ai prigionieri.Il cimitero fa parte del Cimitero Militare Italo-Francese di Sofia, costruito nel 1919 dall'Armata Francese d'Oriente.Perché ci sono soldati italiani sepolti a Sofia?La risposta porta direttamente alla Prima guerra mondiale.Tra il 1916 e il 1918, la Bulgaria fu coinvolta nel conflitto e il fronte macedone divenne uno dei principali teatri di guerra nei Balcani.Anche l'Italia partecipò alle operazioni militari nella regione attraverso la propria presenza sul Fronte Macedone, con oltre 50 mila militari provenienti da varie regioni italiane.La Bulgaria, infatti, era all'epoca nella coalizione nemica, insieme a Impero austro-ungarico e Germania.La parte più drammatica di questa storia è legata agli ultimi mesi della guerra.Secondo l'Ambasciata d'Italia a Sofia, 204 dei 207 italiani sepolti nel cimitero morirono durante la Prima guerra mondiale mentre erano prigionieri dell'esercito austro-ungarico, in seguito a un'epidemia di influenza spagnola.Non si tratta quindi soltanto di un luogo che ricorda soldati caduti in combattimento.È anche un luogo che conserva la memoria di uomini morti lontano dal proprio Paese, durante la prigionia e in mezzo a una delle più devastanti epidemie dell'inizio del Novecento.La guerra, in questo caso, arrivò a Sofia attraverso i prigionieri.E la malattia fece il resto.Tra le persone ricordate nel cimitero ci sono anche tre suore italiane.La loro storia è particolarmente significativa.Le tre religiose morirono mentre prestavano la loro opera di carità nell'infermeria collegata al campo di prigionia di Orlandovtsi, a Sofia.Non erano soldatesse.Erano donne impegnate nell'assistenza ai malati e ai prigionieri.La loro presenza aggiunge una dimensione completamente diversa alla storia del cimitero: accanto alla memoria dei militari, il luogo conserva anche quella di persone che si trovavano a Sofia per assistere le vittime della guerra.C'è poi un altro dettaglio che rende questo luogo particolarmente interessante per chi vuole scoprire le connessioni europee di Sofia.Il cimitero non è esclusivamente italiano.È un Cimitero Militare Italo-Francese.Fu completato nel settembre 1919 dall'Armata Francese d'Oriente, pochi mesi dopo la fine della guerra.La struttura è organizzata in due riquadri simmetrici rispetto al vialetto principale, che conduce a un piccolo monumento dedicato ai soldati francesi e alleati morti a Sofia tra il 1916 e il 1918.È quasi una piccola fotografia dell'Europa di quegli anni.Italiani e francesi.Soldati e prigionieri.La guerra appena terminata.E una città, Sofia, che si era trovata al centro delle trasformazioni politiche e militari dell'Europa sud-orientale.Che aspetto ha la sezione italiana?La sezione italiana è composta da 15 file di sepolture individuali.Le tombe sono disposte a terra e ciascun tumulo è identificato da una lapide.All'estremità della sezione italiana si trova anche un piccolo monumento dedicato ai militari italiani caduti in Bulgaria.La cura delle sepolture è affidata alla Cancelleria consolare dell'Ambasciata d'Italia a Sofia.Non è dunque un luogo abbandonato o semplicemente conservato come testimonianza del passato.La memoria dei caduti italiani continua a essere ufficialmente custodita.L'Ambasciata organizza inoltre periodicamente cerimonie di commemorazione presso il cimitero. Nel 2025, per esempio, la cerimonia ha ricordato i 207 connazionali sepolti nella sezione italiana.Dietro il numero 207 non c'è soltanto una statistica.Ci sono nomi, luoghi di nascita, reparti militari e date di morte.L'Ambasciata d'Italia ha pubblicato anche un elenco dei caduti con i dati individuali delle persone sepolte nel cimitero.Scorrendo quell'elenco, emerge un'altra immagine dell'Italia.Ci sono uomini provenienti da regioni e città molto diverse: Lombardia, Sicilia, Piemonte, Liguria, Toscana, Emilia-Romagna e molte altre parti del Paese.Sono italiani di una generazione che oggi conosciamo soprattutto attraverso i libri di storia.A Sofia, invece, alcuni di loro sono ancora presenti.Per un visitatore italiano, questa storia cambia anche il modo di guardare la città.Sofia non è soltanto la capitale della Bulgaria.Nel corso della sua storia è stata attraversata da diplomatici, architetti, artisti, soldati, commercianti, religiosi e viaggiatori provenienti da tutta Europa.L'abbiamo incontrata nelle vicende dell'Ambasciata italiana, nell'edificio progettato da Enrico Bovio.L'abbiamo ritrovata nella storia di Angelo Roncalli, il futuro Papa Giovanni XXIII, che visse a Sofia per quasi un decennio.Ma il cimitero militare racconta un'altra Italia.C'è l'Italia degli artisti, come Arnaldo Zocchi, l'Italia dell'aristocrazia e delle corti europee, rappresentata anche dalle sovrane italiane di Bulgaria, e l'Italia della diplomazia, dell'architettura e della religione.Ma c'e' anche l'Italia di tanti uomini comuni coinvolti nella grande storia europea, come nel caso della Grande Guerra.Dove si trova il cimitero militare italiano di Sofia?Il Cimitero Militare Italo-Francese si trova nella zona sud-orientale del grande Cimitero Centrale di Sofia, nell'area di Orlandovtsi.L'accesso indicato dall'Ambasciata d'Italia è da via Grobarska.È quindi molto diverso dai luoghi normalmente visitati dai turisti nel centro di Sofia.Ed è proprio questo il suo interesse.È uno di quei luoghi che permettono di vedere una Sofia diversa: meno monumentale, più silenziosa e legata alla storia europea del Novecento.Il cimitero militare italiano non è probabilmente il primo luogo che un turista italiano cercherebbe visitando Sofia.Ma è proprio questo che lo rende interessante. E sono proprio queste storie che permettono di scoprire una Sofia diversa da quella delle guide turistiche tradizionali.Vuoi scoprire questa Sofia nascosta?Prenota il tour Sofia Belle Epoque in italiano
Dalle origini della prima istituzione universitaria bulgara ai programmi Erasmus+ e alla ricerca internazionale: la storia di un edificio che racconta l'evoluzione di Sofia.Nel cuore di Sofia, lungo Tsar Osvoboditel Boulevard, si trova uno degli edifici più rappresentativi della capitale bulgara: l'Università di Sofia San Clemente di Ocrida.Con la sua facciata monumentale, le decorazioni scolpite e le statue dei suoi benefattori, l'università è una presenza imprescindibile nel paesaggio cittadino. Ma dietro la sua architettura si nasconde una storia ancora più interessante: quella di un Paese che, dopo aver riconquistato la propria indipendenza, investì nell'istruzione, nella cultura e nella formazione di una nuova classe dirigente.Fondata alla fine dell'Ottocento, l'Università di Sofia è oggi il più antico ateneo della Bulgaria e uno dei principali centri di insegnamento e ricerca del Paese. La sua evoluzione accompagna quella della capitale, dalla costruzione delle istituzioni nazionali fino alla partecipazione alle reti universitarie europee contemporanee.Per comprendere la nascita dell'Università di Sofia bisogna tornare al 1878, anno della liberazione della Bulgaria dal dominio ottomano, e al 1879, quando Sofia fu scelta come capitale del nuovo Principato bulgaro.La giovane nazione doveva costruire le proprie istituzioni: amministrazione, sistema giudiziario, scuole e strutture culturali. La formazione di insegnanti, giuristi e studiosi era una necessità fondamentale per consolidare lo Stato.In questo contesto, il 1º ottobre 1888 nacque la prima istituzione bulgara di istruzione superiore, inizialmente concepita come scuola superiore. Le prime lezioni furono dedicate soprattutto alle discipline storico-filologiche e scientifiche.L'iniziativa rispondeva a un'esigenza concreta: formare professionisti e intellettuali capaci di contribuire alla modernizzazione del Paese, senza dipendere esclusivamente dalle università straniere.Nel 1904 l'istituzione acquisì ufficialmente lo status universitario, assumendo un ruolo sempre più importante nella vita culturale e scientifica della Bulgaria.Il nome attuale rende omaggio a San Clemente di Ocrida, studioso medievale e figura fondamentale della tradizione letteraria e religiosa slava. Il richiamo a Clemente sottolinea il legame tra la nuova università e una storia culturale molto più antica della fondazione dello Stato moderno.La storia dell'edificio principale è legata a due figure che hanno lasciato un'impronta duratura nella capitale: Evlogi Georgiev e Hristo Georgiev.Originari di Karlovo, i due fratelli costruirono la propria fortuna attraverso attività commerciali e finanziarie, sviluppate anche al di fuori dei confini bulgari. Una parte importante delle loro risorse fu destinata al sostegno dell'istruzione e della vita pubblica.La donazione di Evlogi Georgiev rese possibile la costruzione della sede universitaria monumentale. Il contributo dei fratelli è ricordato ancora oggi dalle due statue in bronzo che affiancano l'ingresso principale.Osservandole, si comprende quanto il progetto universitario fosse legato a un'idea di progresso nazionale: investire nella conoscenza significava contribuire alla costruzione di una società moderna.Il loro esempio appartiene a una più ampia storia europea di mecenatismo ottocentesco, nella quale imprenditori e benefattori sostenevano istituzioni culturali, università, biblioteche e ospedali.A Sofia, questa tradizione assunse un significato particolare. In un Paese impegnato a consolidare le proprie istituzioni, il sostegno privato contribuì a rendere possibile un progetto di ambizione nazionale.Un progetto internazionale: dall'architetto francese alla realizzazione bulgaraL'edificio principale dell'università è anche una testimonianza dei rapporti culturali tra la Bulgaria e l'Europa occidentale.Nel 1906 fu indetto un concorso internazionale per progettare la nuova sede universitaria. A vincerlo fu l'architetto francese Henri Bréançon, il cui progetto rifletteva l'ambizione di dare alla capitale un edificio degno delle grandi istituzioni europee.La realizzazione, tuttavia, non seguì un percorso lineare. Il progetto originario venne rielaborato e adattato, anche per ragioni economiche e pratiche.La facciata è caratterizzata da una composizione simmetrica, un corpo centrale imponente e dettagli decorativi che conferiscono all'edificio un carattere rappresentativo.Le due statue dei fratelli Georgiev, collocate ai lati dell'ingresso, sono tra gli elementi più riconoscibili del complesso. La loro presenza collega direttamente l'architettura alla storia della fondazione e al ruolo del mecenatismo.L'università non è un esempio di Art Nouveau in senso stretto: il suo linguaggio è piuttosto monumentale ed eclettico, con riferimenti alla tradizione classica e barocca.Proprio questa caratteristica la rende interessante nel contesto della Sofia del primo Novecento. La capitale non adottò un unico stile architettonico, ma combinò influenze internazionali e ambizioni nazionali in un paesaggio urbano variegato.Dalla capitale nazionale a un centro universitario modernoNel corso del Novecento, l'Università di Sofia ampliò progressivamente le proprie attività, sviluppando nuovi ambiti di insegnamento e ricerca.Le discipline umanistiche e giuridiche, centrali nella fase iniziale, si affiancarono a studi scientifici, economici, pedagogici e tecnologici. La crescita dell'ateneo rifletteva la trasformazione della società bulgara, sempre più articolata e bisognosa di competenze specialistiche.Il periodo socialista portò cambiamenti profondi nell'organizzazione dell'istruzione superiore, nella ricerca e nei rapporti tra università e Stato. Dopo il 1989, la Bulgaria avviò una nuova fase di trasformazione politica ed economica, che influenzò anche il sistema universitario.L'integrazione europea, culminata nell'ingresso della Bulgaria nell'Unione europea nel 2007, aprì ulteriori opportunità per la cooperazione accademica, la mobilità studentesca e la partecipazione a reti internazionali.Oggi l'Università di Sofia conserva la propria identità storica, ma opera in un contesto molto diverso da quello in cui nacque nel 1888: quello di un'istruzione superiore sempre più internazionale, interdisciplinare e collegata alla ricerca europea.Un'università che abbraccia discipline diverseL'Università di Sofia è un ateneo multidisciplinare. La sua struttura comprende 16 facoltà e offre un'ampia scelta di percorsi universitari, dalle scienze umane alle discipline scientifiche e tecnologiche.Tra i principali ambiti di studio troviamo:- Diritto: la formazione giuridica, importante fin dalle origini dell'istituzione.
- Storia e filosofia: discipline che contribuiscono allo studio della società, delle idee e della cultura.
- Filologie classiche e moderne e studi slavi: lingue, letterature, traduzione e culture europee e internazionali.
- Giornalismo e comunicazione di massa: informazione, media e comunicazione pubblica.
- Economia e amministrazione aziendale: economia, gestione delle imprese e discipline affini.
- Matematica e informatica: formazione quantitativa, informatica e discipline computazionali.
- Fisica, chimica e farmacia, biologia, geologia e geografia: ricerca e formazione nelle scienze naturali.
- Medicina, pedagogia, studi educativi e teologia: ulteriori ambiti che completano il profilo multidisciplinare dell'ateneo.Questa varietà rende l'università un punto di riferimento non soltanto per chi intende intraprendere una carriera accademica, ma anche per chi desidera acquisire competenze professionali in numerosi settori.L'offerta didattica comprende programmi di laurea e master, mentre l'attività di ricerca collega docenti e studenti a progetti scientifici e collaborazioni nazionali e internazionali.Per conoscere l'offerta aggiornata dei corsi e i requisiti di ammissione, è opportuno consultare il sito ufficiale dell'Università di Sofia.Erasmus+ e gli scambi internazionali: Sofia come destinazione europeaUno degli aspetti più interessanti dell'università contemporanea è la sua apertura alla mobilità internazionale.L'Università di Sofia partecipa al programma Erasmus dal 1999 e dispone di oltre 500 accordi interistituzionali Erasmus+ con università partner europee. Gli studenti possono trascorrere un semestre o un periodo di studio all'estero, mentre l'ateneo accoglie giovani provenienti da numerosi Paesi.Le opportunità dipendono dagli accordi tra l'università di provenienza e quella ospitante, dal percorso di studi e dalla disponibilità dei singoli corsi.Un dato recente offre una fotografia concreta di questa dimensione internazionale. Il 30 settembre 2026, in occasione dell'inizio del semestre invernale 2026–2027, l'Università di Sofia ha accolto oltre 140 studenti Erasmus+, provenienti da 17 Paesi e rappresentanti 19 nazionalità.Gli studenti ricevono informazioni sull'organizzazione didattica, sulle procedure amministrative e sulla vita quotidiana a Sofia. Anche l'Erasmus Student Network contribuisce alla loro integrazione attraverso iniziative sociali, culturali e di volontariato.L'università partecipa inoltre a Transform4Europe, un'alleanza europea di università che promuove collaborazioni accademiche, iniziative didattiche congiunte e opportunità di mobilità.Per uno studente internazionale, scegliere Sofia può significare entrare in contatto con un ambiente universitario europeo in una città situata all'incrocio tra Europa centrale, Balcani e Mediterraneo orientale.L'offerta internazionale comprende corsi in diverse aree disciplinari, con programmi destinati anche agli studenti in mobilità. La disponibilità della lingua d'insegnamento dipende dalla facoltà e dal singolo insegnamento: è quindi importante verificare in anticipo i corsi accessibili agli studenti Erasmus+.L'università offre inoltre corsi di lingua bulgara per gli studenti internazionali, un'opportunità utile per conoscere più da vicino la società locale e orientarsi nella vita quotidiana.Per gli studenti italiani, francesi e di altri Paesi europei, Sofia può rappresentare un'esperienza diversa dalle destinazioni universitarie più tradizionali: una capitale in trasformazione, con una storia complessa e una posizione strategica nei rapporti tra Europa occidentale e sud-orientale.Le condizioni di partecipazione, le scadenze e i corsi disponibili devono essere verificati attraverso gli uffici Erasmus delle università coinvolte e le informazioni ufficiali dell'ateneo.L'edificio principale continua a essere uno dei simboli della città. La sua presenza lungo Tsar Osvoboditel Boulevard, accanto ad altri luoghi importanti della vita culturale e istituzionale, ricorda il ruolo dell'istruzione nella costruzione della Bulgaria moderna.Ma l'università non è soltanto una testimonianza del passato. È un'istituzione che forma nuove generazioni, sviluppa ricerca e partecipa a collaborazioni internazionali.Il suo valore risiede proprio in questa continuità: un progetto nato nel 1888 per rispondere alle esigenze di una giovane nazione è diventato un centro universitario capace di confrontarsi con le sfide dell'istruzione superiore contemporanea.Visitare l'edificio significa quindi osservare due storie contemporaneamente. Da un lato, quella della Sofia che cercava un posto tra le capitali europee; dall'altro, quella di una città universitaria che continua a costruire relazioni con il resto del continente.La storia dell'Università di Sofia è, in fondo, la storia di un'ambizione: costruire un'istituzione capace di unire la cultura nazionale al sapere europeo.Dalla scuola superiore fondata nel 1888 all'edificio monumentale inaugurato nel 1934, fino agli scambi Erasmus+ e alle collaborazioni accademiche contemporanee, l'università ha accompagnato le trasformazioni della capitale e del Paese.È questo che rende il suo edificio così significativo. Non è soltanto un monumento da fotografare, ma la testimonianza di un progetto culturale che continua a evolversi.Per chi desidera scoprire Sofia al di là dei suoi itinerari più conosciuti, l'università offre una prospettiva privilegiata sulla città: un luogo in cui architettura, storia e vita contemporanea si incontrano.











